“le piante non sono cose: nel loro giardino gli antichi erboristi non coltivavano meri contenitori di principi attivi; nel giardino dei Semplici gli antichi erboristi coltivavano Dei, forze elementari, energie vitali, e queste divine essenze essi somministravano con le loro pozioni” – (Ferdinando Alaimo da “Erboristeria Planetaria)
Partendo da questa frase, che invita tutti a vedere la natura con occhi diversi e attenti, voglio raccontare di due piante delle tantissime che si possono incontrare lungo la Valnerina.
Può capitare, mentre passeggi in un sentiero o un bosco, di sentirti tirare per la “gonna”, è una piantina che sta attirando la tua attenzione, affinchè tu ti accorga di lei e riconosca la sua forza.
E’ il Galium Aparine chiamata comunemente “attacca vesti” o “acchiappa gnomi”; infatti questa piantina è completamente rivestita da tanti piccolissimi aculei, con cui si aggrappa alle vesti ed al pelo degli animali.
Il suo nome deriva da due parole greche Gala che significa latte, per la sua capacità di coagulare il latte (infatti un tempo veniva usata a questo scopo dai pastori), grazie ad un enzima il fitochinasi; ed Aparine che significa attaccarsi.
Questa pianta ha una lunga storia nella medicina popolare, veniva utilizzata sia internamente che esternamente per curare ulcere, ferite e problemi della pelle, agisce efficacemente sul sistema linfatico, è un buon diuretico, purifica reni, fegato, milza e pancreas, ci aiuta a liberarci da scorie e tossine e da tutto ciò che ristagna in noi da troppo tempo come emozioni e pensieri.
Il Galium fa si che tutta la “sporcizia” interna venga “catturata ed impigliata” per essere poi eliminata.
Ci aiuta a ritornare a nuova luce ed a ritrovare nuove energie in questo periodo dell’anno.
Potresti essere anche “catturato” da un delicato ed intenso profumo, specialmente se ti trovi lungo un fiume o un ruscello. Se ti lasci guidare dal tuo olfatto troverai le bianche corolle del sambuco nero. Si suppone che il suo nome derivi dal greco “sambuche” che significa strumento musicale, in quanto i suoi rami venivano utilizzati per produrre una specie di flauto.
E’ una pianta intorno alla quale sono sorte molte leggende, in realtà ancora oggi molto usata dalla medicina popolare per le sue proprietà curative.
In Valnerina si credeva che nei suoi rami bucati vivesse una strega, quindi guai a tagliare il sambuco o portare il suo legno in casa, significava attirarsi la sua ira, le sue maledizioni ed il malocchio sulle case e sulle stalle.
In Germania era credenza popolare che il sambuco fosse la dimora della fata Holda, ed ogni contadino si chinava davanti a questo arbusto affinchè lei proteggesse la famiglia e gli animali da malattie e serpenti velenosi.
Nel nord Italia le storie ci raccontano che i contadini si inchinavano sette volte davanti al sambuco perché in sette parti esso si donava: la resina, la radice, la corteccia, le foglie, i fiori, i frutti ed i germogli.
La resina era utilizzata per lenire il dolore dalle lussazioni, con il decotto di radice si leniva la gotta, la corteccia per curare orzaioli e cistiti, le foglie essiccate per le loro proprietà emollienti, i frutti per curare le bronchiti, i fiori per le loro proprietà depurative ed i germogli per curare le nevralgie.
….”La terra è generatrice di farmaci ed il cielo era un valido suggeritore per l’esperto raccoglitore e per l’erbaria, ai quali era richiesto di interpretare i segni delle stelle: il potere medicinale infatti risulta potenziato nei giorni di passaggio astronomico o nelle date solstiziali, quando si rivelava più forte il legame tra le influenze astrali e gli elementi terrestri…” (tratto dal libro: Per virtù d’erbe e d’incanti di Erika Maderna)
Loriana Mari – Le Voci del Nera















