Sentimenti In Salotto : LA COMPASSIONE
Lunedi 11 marzo, ore 21
La prima cosa che associo – quando penso e pongo attenzione alla parola COMPASSIONE – è il ricordo ( giusto o sbagliato che possa essere ) di una frase:
“Allora il Signore… mosso a compassione …” … che, credo, sia riportata nei Vangeli, dove Gesù, con questa espressione, si racconta chiamato ad intervenire per fare un miracolo o comunque rispondere ad una situazione che lo aveva toccato nella sensibilità e coinvolto al punto di decidere di intervenire … in soccorso e miracolo.
Quello che ci leggo immediatamente, in questo aspetto della memoria, è che in presenza di uno stimolo, di una percezione di problema o di sofferenza di altro od altri – in via ordinaria in presenza di una persona rispetto alla quale ci si riscontra in attenzione e motivazione – ci ritroviamo identificati nella situazione ( di sofferenza, di dramma … ovvero problema spesso irrisolvibile ) e ne condividiamo la sofferenza, attivando il desiderio che possa materializzarsi un cambiamento o un aiuto.
E’ qui che la mia sensibilità viene toccata : si sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda di quella sofferenza: e l’emozione fa spazio ad una riflessione mentale che mi interroga e chiede quale comprensione posso dare … quale aiuto sono nelle condizioni di portare.
Ecco, sono già identificato in quella condizione e persona: come posso fare qualcosa per alleviarne la pena ? come contenere o trasformare il dolore ? La mia sensibilità ed emozione, educata in sentimenti di simpatia ed empatia, è già sintesi e conclusione di un sentimento di COMPASSIONE.
Ecco: un “sentire”, un “vedere” …
… e l’emozione che mi prende ( che reagisco a livello psichico ) mi fa attivare la mente in una riflessione che è di identificazione simpatica ed empatica e, quindi, in un desiderio di intervenire: per testimoniare vicinanza, per consolare, ma anche o soprattutto per fare qualcosa, per aiutare e trasformare, foss’anche con preghiere da lontano.
Compassione è quella che mi fa assistere fino alla morte un malato terminale ( per esempio) pur nella consapevolezza di non poter fare nulla se non alleviare – fosse pure sul piano soltanto morale – con la mia presenza o con il mio aiuto, le pene della persona interessata.
È ovvio che il grado di coinvolgimento affettivo e il livello di sensibilità educata ( nella persona che prova compassione ), è direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento con l’esperienza che accade … Ovvero per come la situazione ci colpisce.
Compassione, dunque, è quando simpatia ed empatia ti fanno sentire identificato in una situazione dove anche un gatto, un animale qualunque in situazione problematica ( domestico o no ), sopra tutto una persona in una situazione critica e di particolare valenza “impressionante” ( un clochard , la vittima di un terremoto o di una violenza, un incidente ) ci comportano coinvolgimento e sofferenza e desiderio di soluzione giusta per la cosa.
Ed a muoverci a compassione può essere anche una foto o un video riportato da notizie in cronaca, come può essere un dato di realtà direttamente vissuto.
Ed in questa esperienza – che è comunque per te di realtà – ti ritrovi a sentire nel cuore e riflettere nella mente tutta la compartecipazione di pena o dolore di ciò che ti sta impressionando.
Potremmo dire che c’è una sofferenza intima che ti prende e ti conquista nell’intero essere … e questo risuonare di identificazione – di cui abbiamo accennato – ti fa entrare in una parte di te che non conosci o che raramente esperimenti – ma di cui comunque abbiamo esperienze di ” sentire ” – che ti fa provare veramente quell’amore ( “alto” di anima, di spirito ) che ti fa riconoscere nell’altro una parte di te che risuona … una parte di te che si trasla nell’altro in identificazione e desidera, in unione, soluzione e sollievo di pene.
E c’è anche, in questo, COMMOZIONE che si aggiunge alla COMPASSIONE! C’è tutto un sentire dello spirito, un sentire dell’anima, un sentire del corpo.
Quasi un desiderare il miracolo, comunque la trasformazione della situazione in positivo, il superamento di quella realtà dolorosa o percepita come tale.
Ecco: … in questo intimo sentirsi identificato in una parte “altra da te”, tu ti ritrovi e ti riconosci “uguale” a specchio nell’altro, ti ritrovi e ti riconosci in eco, in risonanza, in frequenza, in simpatia, in amore … E il desiderio di farsi carico e condividere “con” “passione”… e quindi in una maniera che associa al dolore lo struggimento della passione ( patior ) che si riconosce in tutta la sofferenza che, in noi, si attiva a riconoscere quella dell’altro ( Entanglement …? ).
La COMPASSIONE dunque come sentimento ed esperienza di vita che ci fa “sentire” questa vita, che ci fa esprimere, ci fa risuonare un ” esserci “: un Modo di Essere che di per sé ci accompagna quotidianamente, in potenza ed in atto …
Quante volte abbiamo detto o abbiamo sentito dire: … mi fa compassione, provo compassione … ( o forse siamo anche arrivati a dire : mi faccio compassione da me !, con l’animo di superare l’espressione più immediata: “mi faccio pena” )
Potremmo anche arrivare a dire, allora, che il nostro sentire nella quotidianità ordinaria è proprio un “sentire di compassione”, un provare il limite – fino al dolore – attraverso la sofferenza di ciò che è l’esperienza della propria vita quotidiana: la quale anima il nostro corpo in ” sensazioni emozioni e sentimenti ” … e questa compassione potrebbe ancora una volta assurgere a minimo comune denominatore di una continuità di momenti dove il sentire dell’organismo vivente – che siamo – attraverso la mente che “riflette” … ci realizza e coinvolge in esperienza che di per sé è sofferenza e limite … a fronte di un termine di paragone: che è “infinito” per tempo, ed “infinito”… come confronto e richiamo.
Che aggiungere dunque se non la riflessione che ciascuno di noi può ascoltarsi ed in questo ascolto identificarsi nella provocazione del tema del giorno ?
Andiamo a cercare “dove”, “quando” … abbiamo provato compassione.
Cosa significa per te compassione ?
“Dove” abbiamo provato quella identificazione sofferta in situazioni dove altre persone, altri ambienti, altre cose ci hanno visti partecipi: in maniera intima, in maniera sensibilmente coinvolta : dove anche l’amore ed anche altri sentimenti hanno concorso a giocare e realizzare la nostra esperienza di parte.
Mi fa pena vederlo “così” … ( tossico-dipendente ? )
Provo a una compassione infinita per lui, per lei …
Quanto amore ci coinvolge in questo nostro dire, o in questo nostro ascoltare, o in questo nostro semplicemente pensare ….
Quanta simpatia c’è , quanta empatia c’è , quanto amore c’è , quante parti della propria Persona coinvolte !
quanta compassione ciascuno per sé ed i propri limiti ! !
Mi faccio compassione … ” da me ” ?
Può essere un dato di cronaca di guerra …
Può essere la morte di una persona cara o sconosciuta (che lascia… )
Le reminiscenze di studio della lingua latina mi portano all’analisi della parola: “cum patior” = ” soffrire con ” … Significa soffrire insieme: quindi portare insieme un dolore, una sofferenza, un qualcosa che in quel momento empaticamente e simpaticamente unisce te all’esperienza esterna, alla persona che ti coinvolge.
E allora anche qui scoprire l’identificazione in un ruolo, in una parte:
Io mi immedesimo con l’altro che soffre, sono “con” l’altro e “dentro” l’altro: … ad avvertire, a vibrare lo stesso tipo di condizione: corporea, emozionale, sentimentale, mentale.
Compassione è quando l’esperienza del dolore che senti dentro di te l’hai riconosciuta nell’altro e la senti uguale… e ti coinvolge e scopri che la condividi come vissuto.
Compassione per una persona rimasta sola a portare il suo lutto per la perdita di una persona cara, ma anche di un animale domestico ( ma anche rimasta sola a portare dispiacere e dolore per qualunque altra cosa – per lei/ persona – di Valore ).
E questo coinvolgimento ti comporta una tensione sofferta, un desiderio di aiutare a superare, a trasformare una situazione … come faresti per te.
Ma ti può anche portare … ad accusare, con impotenza e frustrazione, il limite di NON poterlo fare, ovvero, il limite di NON poter realizzare il cambiamento desiderabile, quel miracolo di guarigione, un sollievo e risoluzione di questa esperienza di dolore.
Il lutto citato per la morte di una persona cara o per disastri naturali ( o per le guerre che la cronaca ci riporta ) comporta coinvolgimento e livelli di compassione che sono tutti riconducibili allo “stesso sentire”: provare dispiacere, provare sofferenza, provare dolore, provare empaticamente e simpaticamente tutta l’identificazione ed il coinvolgimento con l’esperienza emotiva del momento.
E questa esperienza di dispiacere – che proviamo – si fa sentimentale, quando con la mente pensiamo e riflettiamo su tutto questo sentire.
Un SENTIMENTO, quello della COMPASSIONE, che ci avvolge … che qualche volta ci sconvolge … e qualche altra volta ci travolge… che tuttavia nella ordinaria maggioranza dei casi riusciamo ad arginare ed integrare armoniosamente in una tensione sofferta poggiata sui pilastri della SIMPATIA e dell’EMPATIA, sentimenti che. illuminati dal Sentimento dell’AMORE, ci fanno camminare la Terra … e toccare il Cielo !
AD MAIORA !!
Claudio Di Nicola









